La democrazia online

Questo articolo prende spunto dall’interessante libro di Stefano Rodotà dal titolo “Iperdemocrazia”.
Il libro offre tante occasioni di riflessione su ciò che, volenti o nolenti, sta accadendo in termini di trasformazione dei concetti di coinvolgimento e partecipazione alla vita pubblica e politica, in una società ormai permeata e pervasa dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Di certo ci troviamo di fronte ad una messa in discussione dei modelli tradizionali di democrazia rappresentativa. Le tecnologie danno la sensazione di poter sostituire i rappresentanti politici, relegandoli al semplice ruolo di esecutori di quelle decisoni che le persone ormai possono prendere in autonomia, in modo molto più rapido e tempestivo e senza l’intermediazione di nessuno. La tentazione di attuare una democrazia online è certamente forte, forte quanto il desiderio di poter “fare da sè” senza dover delegare altri, ma bisogna fare attenzione a non commettere l’errore opposto. La voglia di dare una spallata ad una classe politica che senza dubbio molto spesso fa di tutto per allontanare i cittadini e esacerbare gli animi, non può sfociare in un riduttivo sistema di acquisizione degli umori popolari e tradurre l’onda emotiva in decisioni senza che vi sia stata una fase di costruzione e preparazione, formativa e dialettica, della decisione stessa. La brutale semplificazione delle discussioni online che, senza alcun filtro o mederatore, impoverisce ogni contenuto, in alcuni casi, fa più paura della malafede cui ci hanno abituato certe frange di classe politica.
Per lungo tempo la stampa ha rappresentato uno strumento travolgente nell’imporre all’opinione pubblica un’idea, un candidato, un programma. Spesso, e tuttora è cosi, la stampa ha manipolato, depistato, condizionato, insabbiato, condannato e riabilitato. Il peso che gli organi di stampa hanno nel sostenere o nello screditare l’azione politica è un paradosso ben rappresentato dalla nota espressione “chi ha eletto la stampa?”. Un mezzo così invasivo dell’azione politica, paradossalmente, dovrebbe passare al vaglio delle elezioni tanto quanto i candidati stessi. Ora, queste nuove tecnologie, hanno un nuovo e rinvigorito potere, quello di non dover nemmeno passare da nessun tipo di giudizio perché non sembrano appartenere a nessuno; non danno minimamente l’impressione di essere l’equivalente di un giornale asservito al proprio editore o al potente di turno. Grazie a questa caratteristica contribuiscono a creare, da un giorno all’altro, nuove figure pubbliche e nuovi soggetti politici senza che questi siano costretti a passare dai tipici canali di apprendistato e validazione di comprovate qualità. Nel libro, Rodotà riporta l’esempio di Perot che da sconosciuto divenne un candidato di rango pari a quello di Clinton e Bush, superando istituzioni come le primarie e rendendo del tutto superfluo l’apparato di partito.
Con i nuovi mezzi di comunicazione perdono di significato tutti i portavoce che un politico aveva bisogno di mandare sul territorio per tenere stretti i rapporti con i cittadini e, sempre secondo l’opinione dell’autore, vi è un’apperente (ma solo apparente) maggiore disponibilità del politico per i cittadini, ma in realtà si riduce l’offerta politica. Più che impegnato a stringere mani e rinsaldare i rapporti con la gente, il politico è sempre più immerso nella ricerca di fonti di finanziamento che garantiscano la sua presenza sui media.
Le ICT consentono di creare vie comunicative dirette tra il politico e il suo elettorato e questo legame troppo stretto rischia di far diventare un politico semplicemente il rappresentante di esigenze sempre più specifiche e settoriali, con conseguente restrngimento della visione di insieme. Si potrebbe generare così un puzzle di tanti candidati che rappresentano esigenze molto specifiche difficilmente conciliabili e componibili tra loro.
Un altro argomento interessante che viene affrontato nel libro è quello che Rodotà chiama la “sondocrazia”, servendosi di questo argomento per ribadire quanto sia rischioso ricorrere con troppa facilità alle tecnologie. I miglioramenti apportati al trattamento delle informazioni e all’analisi dei dati, hanno consentito di restringere sempre più il campione necessario per ottenere sondaggi affidabili. Il risultato di ciò è una scelta molto artificiosa di un gruppo rappresentativo che “parla per tutti e a nome di tutti”. A ciò va aggiunto anche il fatto che la rapidità con cui è possibile creare un sondaggio è già di per sè un elemento di condizionamento psicologico. Inoltre, andrebbero approfonditi molto di più aspetti quali: chi sceglie il tema, le modalità, i tempi e i criteri demoscopici di un sondaggio?
È altrettanto vero che le possibilità che già oggi le tecnologie mettono a disposizione sono estremamente importanti e determinano un nuovo equilibrio delle forze in campo. I cittadini non fanno la loro comparsa nella vita pubblica solo al momento del voto, ma essi tecnicamente potrebbero essere presenti in ogni fase del processo politico e amministrativo. Il cittadino non è più soltanto il cittadino che vota, ma è anche “il cittadino che interroga, il cittadino che interviene, il cittadino che si organizza”. Anche il significato stesso di voto inizia ad essere ormai superato. Le tecnologie di voto elettronico potrebbero addirittura allargare le possibilità di espressione potendo frazionare la preferenza dell’elettore che così sarebbe più coerente e veritiera. Nell’esempio dell’autore si potrebbe dare il 20% ad un partito per le sue intenzioni sull’ambiente, il 40% ad un altro partito per le sue politiche sociali.
Insomma, tecnologia e partecipazione politica, un tema complesso: enormi potenzialità e molte questioni ancora da affronatre e chiarire. In ogni caso, tutta la discussione deve partire da premesse di pari opportunità per tutti e ciò significa alfabetizzazione digitale per tutti e diritto all’accesso degli strumenti per tutti. La democrazia online va da un lato conquistata e dall’altro garantita.